lunedì, 31 ottobre 2005
Tra scarpe nuove, erba nei capelli e vento sul seno mi ritrovo a leccare il legno.

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domenica, 30 ottobre 2005
DSCF1843


Leggo sulla confezione della candela che vorrei comprare. Bella, compatta, sfumata delicatamente nei colori del blu e dell’azzurro. Senza stacchi che strappano. Un declinare morbido dalla presenza più o meno massiccia di bianco. L’orrore del bianco scandisce anche questi interstizi di pensieri. Ma vado oltre e continuo a leggere.
Profumo di acquamarina.
Dapprima sorrido, pensando al compilatore di quell’etichetta ripetuta in serie.
Avrà voluto giocare con lo scambio dei sensi. Avrà voluto attribuire a un minerale, l’acquamarina appunto, un odore che non ha. E se lo possiede non è nel senso stretto del termine.
Penso.
Dopo un istante mi incupisco. Mi prende una stretta di rabbia allo stomaco. Mi contorco in rughe ai lati degli occhi.
Ancora fuoriviante è la comunicazione. Avrebbe dovuto scrivere, quel compilatore di etichette per il quale inizio a nutrire rancore, “profumo di acqua marina”. Visto che, annusando, si ritrova, posata su quella cera, un’imitazione blanda e mal riuscita della brezza del mare e della salsedine.
E ancora una volta odio le parole. E mi sento tradita dall’uso che se ne fa.
Mi sembra tutto un grande imbroglio. Una congiura per convicere del falso.
Ora, mentre sto qui a rimuginare, osservo lo stoppino che si consuma e lo compiango per la colpevolezza di aver accettato di essere stato immerso in quella menzogna attribuitagli.
L’ho portata a casa quella bugia di cera.
Non mi stupisco più delle parole usate per dire cose che non esistono e nemmeno di chi ci crede.
Non sono migliore di lei.




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giovedì, 27 ottobre 2005
Fili nel fango

Un filo inesistente tra luce e buio e, facendo l'impossibile equilibrista, si rischia di cadere nel fango...


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mercoledì, 26 ottobre 2005
Ho sempre avuto problemi con il mio nome.
Non è mio, infatti, ma di mia Nonna. È a lei che appartiene e io non mi sono mai sentita di portarlo con disinvoltura. Orgoglio sì, quello dell’omaggio e della continuità. Ma non sono io. È lei. Anche il significato mi ha sempre lasciata perplessa. Sì, perché un “dono” è estremamente impegnativo e io non mi sono mai sentita tale, se non nella responsabilità dell’essere all’altezza.
Alle volte per strada m soffermo a guardare la gente di cui non so nulla e gli do un nome. C’è il naso da Giorgio che è assolutamente inconfondibile. Dritto, grande, regolare, volitivo. Un po’ come il mio, infatti sono convinta che dovevo nascere uomo e chiamarmi Giorgio.
Ci sono le spalle da Cristina. Spalle “forzate”, di chi è abbastanza gracile e fa di tutto per non mostrarlo, come fosse un vergogna. Così, magari, si ammazza di palestra per rinforzare i muscoli e avere le spalle larghe.
Gli occhi da Maria, larghi e trasparenti, a prescindere da quale sia il loro colore. Le mani da Antonio. Grandi, forti e segnate. I piedi da Marco, un po’ cicciottelli e buffi come quelli dei bambini.
Altre volte gioco al contrario penso ai nomi che hanno le persone che conosco e immagino come cambierebbero le loro espressioni se, da un momento all’altro, avessero un nome diverso. Lei, forse, non avrebbe più quell’aria tanto sbarazzina. Qualcuno si ritroverebbe di fronte quello che è, non potendo più scrivere il suo nome al contrario. Lei infonderebbe meno sicurezza. Lui sarebbe meno nobile, Lei meno saggia e posata e io sarei Lavinia, la figlia di un re.
Stupenda.



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mercoledì, 26 ottobre 2005
Say
Goodbye
Sunshine
Daylight
‘Cause it’s just another day
You will lose it anyway

Kiss
The time
That goes
Away
‘Cause it’s just another day
You will lose it anyway

You
You lust
In Space
In Time
‘Cause it’s just another day
You will lose it anyway


Air

Tanto piccola da stare nel taschino di una camicia o sul palmo di una mano aspetto un abbraccio...


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martedì, 25 ottobre 2005
Inutile guardare

Guardare, alle volte, è fuorviante. Meglio annusare....


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lunedì, 24 ottobre 2005
Queste urla feriscono la pelle come una frusta e strappano la carta dalle pareti... Graffi...

Madre di sasso
Madre diversa
Pensaci tu
Madre di legno
Madre ingegno
Madre assassina
Madre bambina
Abbracciami tu
Abbracciami di più
Madre di fango
Madre d’amore
Madre coraggio
Madre di gesso
Madre abbracciami tu
Abbracciami di più
Abbracciami forte da farmi sentire sbriciolare le ossa
Abbracciami tanto da non sentire più il pianto
la fatica del giorno
Un sogno che aspetto
Madre d’inverno
Madre di giorno
Madre di tutti
Madre dei pazzi
Abbracciami forte
Abbracciami tu
Abbracciami tanto da non sentire più niente
Spezza questo corpo
Madre di notte
Madre amante
Madre distante
Madre perduta
Madre voluta
Madre Madre Madre
Madre di tutte le madri
Abbracciami forte per spezzare il dolore
Per capire le cose che non so non so non so
Madre di turno
Madre perfetta
Madre che cerco
Madre che voglio
Madre che non ho avuto
Madre che ho perduto
Madre abbracciami forte
Più forte più forte
Da non sentire più
E, leggera, volare sull’unico gelo
Sulle lacrime della mia felicità
Madre ritrovata
Madre un po’ scaduta
Madre invecchiata
Madre impazzita
Madre Madre Madre
Madre tutta d’un pezzo
Madre senza sesso
Madre lungo la strada
Madre senza una preghiera
Stringimi forte forte più forte
Più forte di più
che ho bisogno di questo momento
ed è per questo
Madre
Madre che ti cerco
Madre dentro il buio nella città
nella mia testa Madre
Madre dove si va?
Madre Madre
Che a volte non ha voglia a volte di aprire le porte
Madre Madre
Madre che non sa niente di me
E non so perché io voglio che mi stringi forte
Anche se non c’è più l’età di farsi accarezzare
Di farsi consolare
Cullare
Raccontare una storia che mi fa
Volare
Volare
Leggera sull’unico gelo
Sulle lacrime di questa mia felicità
Madre che non ci sente
Madre amore
Madre amore
Amore solo per errore
Madre in ginocchio
Madre che sa tutto
Madre che prega adesso
Anche se ha un cuore di sasso
E non sa aiutare
Non sa da che parte cominciare
Madre che non ha fede
Madre che non mi crede
Madre che non ha sete
Non ha più sete
E io ho voglia di accarezzare la pelle dura
Come questa notte che ho aperto le porte
E ho spalancato il mio cuore
Non ho fatto un errore
O per errore
Madre
Madre
Madre
Madre piegata che mi sputi dentro un occhio
Madre
Madre che mi fai paura
Madre terra
Madre dura
Io mi stringo alle ginocchia in un angolo a stento ti vedo
E sono contenta
Torno bambina
Madre ritrovata
Madre Madre
E non c’è niente adesso che faccia bene come questo andare indietro
Indietro
Madre che canti
Madre che mi addormenti
Madre che ti lamenti sempre
E che non hai i denti
Madre che non mi senti
Madre che non mi capisci
Madre che ti amo
Madre che ti amo
Madre
Madre del vento
Madre che mi accompagni nella mia tempesta
Madre che non sei qui
Madre, dove sei?
Madre, dove sei?
Io lo so che ci sei.
E sei sempre con me
Ogni giorno che passa
Ogni giorno di più
Sono vecchia adesso e tu sei qui con me
Sei più vecchia di me
Sei vecchia come me
Se bella come me
Ora sei calma
Sei dolce come te
Madre che non sai che fare
Per farmi sentire l’amore
Madre che non capisci più
come fare a entrare nel mio cuore
Madre che fai mille sbagli
Madre
Madre nel mare
Quando mi sento annegare
Madre
Tu sai nuotare
Tu sai nuotare
Tu sai nuotare
Madre tu sai nuotare



Nada









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lunedì, 24 ottobre 2005
Strisciando si passa

Strisciando si passa...





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sabato, 22 ottobre 2005
Passeggiavo distrattamente, sempre distrattamente ho alzato gli occhi, ipnotizzati dalla punta, troppo a punta per me, delle mie scarpe. Ci si infilzavano foglie e non volevo portarmele dietro, già era faticoso muoversi con tutta quella roba intorcinata in fondo allo stomaco e appollaiata sulle spalle.
Vedo un marziano e, subito, mi dice di essere verde. Lo guardo e non mi sembra che i suoi capelli si intonino con la giacca e il suo sguardo non si intona con il mio umore. Ma la moda non è mai stata il mio forte. Ho sempre scelto le cose senza pensarle nell’insieme, e mi ritrovavo con le scarpe da ginnastica rosse sotto i pantaloni eleganti. Ma le cose le sceglievo, e lo faccio ancora, perché ognuna ha il suo senso. Se poi insieme stonano, beh, io non lo vedo e mi piace pensarle tutte insieme come in un collage senza cura, ma la cura ce l’ha. Ce l’ha nella mia testa che vuole unire cose che, forse, sarebbe bene separare.
Il Marziano mi invita, sempre con quello sguardo, a sedermi. Io lo seguo e non ho paura, solo quel briciolo di tremore sull’ombelico che si prova quando si cammina scalzi sul bagnasciuga per arrivare al mare nei bagni notturni senza luna. Mi sono seduta per terra. Non volevo stare a un’altezza media. Troppi sguardi, troppa fatica sostenere anche quelli. Appoggio le spalle al legno, non vedo cosa sia. Non mi volto, non mi interessa capire, non ho voglia, sono stanca. Ma non devo capire nulla. Piano le spalle si rilassano, le vibrazioni si dipanano fin dentro il cervello. Lo hanno spento, credo. E sento solo, ma non con le orecchie. Sento. Sento tutto e mi riempio. Mi riempio di capriole, di stelle filanti, di luce filtrata dalle serrande, di farfalle nella bocca, di carezze d’erba. Sono impregnata di note che non sono solo note. Non lo sono mai quando suona un Marziano. E non guardo, mi ammordisco su me stessa. Gli occhi chiusi premono sulle ginocchia. E sento. Sento. Sento ancora. E ancora. E non smette. Sale la bolla dimenticata in fondo allo stomaco e mi pesa sulla lingua come una biglia del mio tesoro seppellito.
E fa male. Fa male perché è talmente oleoso che mi divarica. E non scivola. Impregna. E voglio essere un tasto. Uno solo. Uno qualsiasi. Bianco o nero non mi importa. Voglio essere un tasto. Per sfiorarti le dita e ringraziarti.

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venerdì, 21 ottobre 2005
Non oso pensare… e quando pronunci questa semplice locuzione già hai osato troppo, ma anche troppo poco. Spesso quando non si osa pensare si relega l’osare nella banalità di una soluzione data per scontata, ovvia, lapalissiana. E invece no: è sempre peggio.
Non osavo pensare tante cose ed ecco che, magicamente, mi stanno tutte sul grugno. Mi si parano davanti alla vista e tutte in 3d. Nessuna è schiacciata o dai colori alterati: tutte perfette. Tutti semplici foci di fiumi che non immaginavo. Perché l’immaginazione è vero che può andare tanto oltre, ma un po’ ce la giochiamo quanto vogliamo. Non vale se si bara a un solitario mi ha detto oggi una persona e ho sorriso. Penso abbia ragione, ma non oso pensare.
E tu mi dici che è uno stato di grazia e io rido, rido perché fa una rima stupida con “disgrazia”, ma non in senso apocalittico, ma solo di “assenza di grazia”. Perché un tempo sapevo cadere rovinosamente senza perdere eleganza e mi compiacevo di questo. Mi sfasciavo, mi rimanevano incastrati sottopelle i pezzi di asfalto, ma non vacillavo. Mi rialzavo barcollante e sembravo una ballerina. Un passo dopo l’altro, al ritmo della musica. Mi tremavano le gambe, ma danzavo. E mi dici che ho perso un po’ di innocenza e che so mettere dei muri che prima non immaginavo nemmeno di poter costruire. Mattoni che nascono in una notte come un abuso edilizio. Ti svegli e ti ritrovi una fila di mattoni che non puoi superare e io, lì dietro, che mi allontano silenziosa senza voltarmi.
Invece no. Perché dietro a quel muro ci resto sempre. Con la faccia schiacciata contro i miei personali muri del pianto. E mi sanguina anche il naso. Il mio naso dritto che mi divide in due la faccia. Il mio naso che mai ha sanguinato, nemmeno sotto le sollecitazioni delle pallonate più forti. Ora sanguina senza che lo tocchi, senza che lo guardi. Vorrà dirmi qualcosa, ma non io non lo sento. Allora provo a rialzarmi, ma non so più ballare e le gambe non tremano nemmeno. Non le sento. E mi inginocchio pensando ad escogitare nuovi metodi. Sì, perché senza corpo io non esisto. Ma lui sta iniziando a tradirmi. Da giorni vago sotto la pioggia, inzuppandomi. Speravo di ammalarmi per poterlo recuperare così il mio contatto con lui. E invece nulla. Non risponde nemmeno alla pioggia. E non oso immaginare altro…
Non oso e mi accendo una sigaretta per guardare il fumo che si alza nella stanza, pregando che almeno mi brucino gli occhi…

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